La guerra dei meme. Recensione

By - frank
2 novembre 2018
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La guerra dei meme • Fenomenologia di uno scherzo infinito. Una recensione.

Top Text, Bottom Text, Macro, Impact, Dank, layers, sono parole che magari a molti di voi non diranno nulla.

Però avete sentito la parola “meme” e la identificate con quelle immagini tra l’ignorante e il divertente che vi inviano gli amici sui social o su Whatsapp.

Beh, i meme in realtà sono una cosa seria proprio come l’umorismo che, per le community di produttori di meme (i memers), è l’unica cosa che conta.

 

Se vi chiedete cosa sono, come e quando sono nati, la loro eziologia e perché i meme sono diventati una forma di comunicazione irrinunciabile che travalica ogni media e ogni settore fino ad essere assorbita dal mainstream, dovete assolutamente leggere il libro “La guerra dei meme” di Alessandro Lolli.

Questo saggio di 172 pagine, uscito nel 2017, con prefazione di Raffaele Alberto Ventura, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, è un libro fondamentale per capire questo fenomeno comunicativo di massa che si inserisce all’interno di uno scontro generalizzato ad ogni livello all’interno delle “formazioni particolari” tra élite e popolo, tra liberal e anti-liberal, su cui Lolli offre un focus particolare sulla situazione statunitense.

Le definizioni di meme sono molteplici, la parola deriva da gene (di cui è il corrispettivo culturale) ed è stata definita accademicamente da Richard Dawkins in questa maniera “il meme è tutto ciò che nella cultura si replica, il modo in cui la cultura si dà e si riproduce”.

Internet interviene nel modo di pensare al meme , dandogli non il senso di archetipo o di cornice interpretativa dei fenomeni (come nelle intenzioni di Dawkins),  ma rendendolo una vera e propria classe di oggetti.

L’elaborazione di Lolli è accurata, prende spunto da tutta la saggistica, la sitografia disponibile, si nota subito la mano di chi ha vissuto lo sviluppo delle community online.

Un merito del saggio è l’aver chiarito come i meme siano stati strumento di polarizzazione e come abbiano radunato i poli opposti a tutto quello che veniva descritto come vincente dalla cultura dominante.

Molto importante anche la trattazione cronologica dell’evoluzione delle community online, dell’affermarsi di controculture, delle loro cifre stilistiche, dell’antropologia del memer medio (e forse anche mediocre), dell’evoluzione dell’ironia su più livelli, dei cambiamenti antropologici della comunicazione del sé.

Il saggio è anche un glossario per tutti quelli che si interrogano su cosa significhi autist, normie, poser, Rage Comics, Extended Brain,ecc

Il succo del saggio arriva dal capitolo sui memer, sul carattere controculturale, nichilista e votato alla ricerca esasperata del divertimento a tutti i costi.

Il pezzo forte della lettura risiede proprio nell’aver compreso che piattaforme come 4chan, fenomeni come Anonymous, movimenti culturali reazionari di massa come l’Alt right, abbiano come fondamento la volontà di rivalsa dei nerd.

Una rivincita non hollywoodiana ma che si nutre di risentimenti, di pillole rosse, di verità rivelate, ma soprattutto di capacità egemonica così forte tanto da aver cambiato il senso comune negli Usa.

Viene analizzato il caso di scuola di Pepe The Frog, rana a fumetti che ha subito quella che nel marketing è definito brand hijacking (ossia dirottamento della marca).

Grazie all’azione memetica massiccia dell’Alt Right ne è diventata suo simbolo, anche e soprattutto contro la volontà del suo autore, a dimostrazione che l’immagine appartiene a chi la usa, a chi la rielabora, a chi ne fornisce canoni interpretativi, non a chi l’ha inventata.

Un capitolo che merita un dibattito approfondito è quello sull’antropologia e la cultura nerd.

Innanzitutto è troppo USA-centrico, ma questo non è un difetto in sé, perché non si può parlare di web senza parlare di Usa.

Ma per la prima volta viene sbattuta in faccia la realtà yankee per cui “il nerd che si autoproclama bravo ragazzo e che non trova mai la fidanzata è il misogino e il razzista più carico d’odio”, il nerd che con l’Alt Right e Pepe The Frog ha fatto trionfare Trump.

A questa trattazione molto argomentata, manca però l’aver sottolineato che la frustrazione nerd deriva dal fatto che il nerd oggi è quello che una volta veniva definito chierico, uno status che garantiva rispetto e posizione sociale.

Alla società occidentale i chierici non servono più, serve l’homo con valore di mercato immediato, il cosiddetto jock nella cultura nerd.

Da questo nasce la rivolta verso questa società che li esclude, ma il punto non è quello che sostiene Lolli per cui “la sottocultura nerd ha mancato di trasformarsi in controcultura e ha scelto di abbracciare i valori dominanti”.

Perché il valore dominante oggi è l’homo mercantilis, non il clericus. I nerd per quanto brutti e cattivi stanno dalla parte sbagliata della storia.

Su questo Lolli ha un’analisi diversa e molto più “popperiana”, rispetto alla mia.

I nerd moderni in realtà sono chierici senza Chiesa, accademici senza Accademia, miliziani senza Milizia, quindi non sentono protezione sociale, non sentono l’epica del sacrificio, vorrebbero sacrificarsi cavallerescamente ma non possono, quindi c’è il risentimento (che è la negazione di ogni azione politica, ma è la base di movimenti reazionari di massa come Lolli giustamente intuisce).

Lolli conclude il saggio con l’auspicio che occorre analizzare il perché questa “inedita forma d’arte di una generazione, l’opera aperta realizzata e collettivizzata, l’open source della retorica, si sia adattata tanto bene al discorso di destra”.

Il saggio è una lettura obbligata, in ogni caso cosa si può auspicare proprio per rispondere alla questione posta in conclusione?

Si può auspicare che Lolli (che è molto preparato) prepari un nuovo saggio sul meme politico in Italia.

Per la storia del nostro Paese, non è possibile una dicotomia Alt Right – Tumblr Left, e nemmeno quella dei “liberal-studiati” vs “analfabeti funzionali – gentisti” può andar bene.

Perché in Italia abbiamo svariati schieramenti, i liberal fustigatori dei gentisti (Mentana, Il Signor Distruggere, Saverio Tommasi ecc), l’arcipelago piddino e post piddino (Socialisti Gaudenti, Hipster Democratici, ecc), tutte le pagine gentiste di orientamento grillino, i neosalviniani, la sinistra rosé, i meme nostalgici della Prima Repubblica, i nostalgici della Seconda Repubblica, l’Alt Left socialista sovranista, i twittatori compulsivi ecc, ecc

Questa sarebbe un’analisi interessante da fare (mi offro volontario per censire le varie pagine e per dare una mano a creare la tassonomia dei fenomeni meme-politici italiani), un’analisi che darebbe un quadro più chiaro sulla memetica politica del Bel Paese.

Per concludere, per quanto mi riguarda credo che nel caso italiano si possa già dire che “Liberals can’t meme” anche perché le battute di quell’area ormai non vanno oltre un dileggio dei congiuntivi sbagliati di Di Maio. Ed alcune delle loro pagine di riferimento hanno smesso di memare, lasciando il campo a invettive sempliciotte seppur di grande impatto verso il loro target.

 

Francesco Berni

 

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